L'head Coach Giacomo Clarkson: radicale ma non troppo

Il gruppo è leggermente più numeroso rispetto alla stagione 2009. “A parte le solite defezioni per morte naturale, da parte di chi capisce che non è roba che fa per lui”, aggiunge ironicamente l’head coach della senior Giacomo Clarkson, coadiuvato anche quest’anno da Aldino Palmas (offensive coordinator), Giovanni Manca (defensive back coordinator, vedi intervista in basso) e la new entry Riccardo Frau (allenatore running back e assitente di Palmas).


“Grazie agli innesti della giovanile siamo un po’ di più rispetto alla scorsa stagione – continua il capo allenatore - penso sia meglio lavorare con ragazzi della società piuttosto che con chi pensa di poter giocare a football a 30/40 anni”.
Delle due avversarie palermitane non sa assolutamente nulla, come al solito bisognerà aspettare la prima partita ufficiale per capire qualche cosa di più: “Posso intuire il tipo di gioco che può mettere in mostra il qb Zappalà dei Cardinals, difficilmente si riusciva a bloccarlo, però è anche vero che sono passati degli anni, può aver modificato metodo di gioco, è inutile fare congetture adesso”. Non si definisce un radicale, però vorrebbe che su alcuni punti della sua filosofia non ci fossero dubbi o perplessità: “Gli sport agonistici che non si limitino a meri raduni amicali devono avere una certa disciplina, perché sennò ti accontenti di giochicchiare, ti accontenti di vincere qualche partita ed è finita lì. Se l’idea è questa, a me sta bene, chi se ne frega, ti alleni quando ti capita, però, se l’idea è di fare un progetto, vincere le partite e non solo, cercare di puntare in alto, allora bisogna fare le cose in un certo modo. E l’unica maniera per ottenere qualcosa di concreto è di essere un minimo radicali”. E poi Clarkson fa degli esempi: “D’altro canto mi capita di vedere in televisione degli allenatori della NFL che pur non essendo radicali, sono molto peggio di noi, urlano come forsennati, mettono multe a tutto spiano, trattano malissimo tutti quanti; se lo fanno loro con dei professionisti, mi chiedo perché quantomeno non lo si possa fare anche noi”. Ma alla domanda se il suo plotone sta rispettando le consegne, l’avvocato cagliaritano si ammorbidisce: “Si stanno comportando bene, bisogna dire la verità, stanno venendo all’allenamento puntuali nei limiti in cui possono farlo per le esigenze di lavoro e di studio, poi ci sono quelli che spariscono perché rimangono dubbiosi sui metodi, mentre quelli che provengono dalle giovanili non battono ciglio perché conoscono questo sistema e non trovano nulla di strano; lo trova strano chi non lo ha mai sperimentato, chi ha sempre fatto sport ad un certo tipo e a un certo livello e non si rende conto ancora che il football richiede più sacrifici delle altre discipline”. E poi riaffiorano i problemi legati all’insularità e al fatto che in Sardegna esistano solo i Crusaders: “L’impossibilità di confrontarci fuori stagione con altre squadre, il non poter fare amichevoli, grava sui giocatori che deficitano in esperienza, soprattutto quelli che hanno alle spalle un solo campionato. Il football è uno sport da colpo d’occhio, i trucchi li impari giocando, se per forze di cose disputi tre, quattro partite all’anno non vai molto lontano; le altre squadre hanno più possibilità in questo senso, si confrontano, girano, noi purtroppo, no .Il periodo è quello che è, non circolano soldi, nessuno vuol venire qui a giocare”.

Gipi Puggioni - Ufficio Stampa Crusaders Cagliari